Una discussione pacata, in televisione, non fa audience. E quindi bisogna per forza invitare personaggi che assicurino un minimo di parapiglia – almeno alla televisione italiana -, salvo poi dissociarsene e, ipocritamente, assumere un’aria sussiegosa e scandalizzata. E’ un copione noto e collaudato e, infatti, a discutere della questione “crocefisso sì/crocefisso no” c’erano ieri, oltre all’imam Schwaima, anche Vittorio Sgarbi e Daniela Santanché. Sono soprattutto le parole di quest’ultima che hanno scatenato un putiferio, ampiamente previsto e caldamente voluto. Altrimenti i responsabili della trasmissione avrebbero potuto invitare, che so, Benedetto Della Vedova, che probabilmente avrebbe detto le stesse cose, ma in maniera più posata, solo che in questo caso l’audience sarebbe andata a farsi benedire.
Fatta questa premessa, passiamo alla frase “incriminata”. A un certo punto, rivolgendosi all’imam presente in studio, Santanché ha detto che Maometto era un pedofilo e un poligamo e che da un soggetto del genere non si dovevano certo prendere lezioni. Ora, a me pare che un uomo che si prende come terza moglie una bambina, Aisha, di sei-sette anni – anche se, bontà sua, aspetta che abbia compiuto i nove per consumare il matrimonio – si possa tecnicamente definire un pedofilo. Insomma, Santanché si è limitata a dire una cosa storicamente vera. Certo, qualcuno può anche sostenere che probabilmente millequattrocento anni fa le categorie erano diverse e che, allora, era accettabile, per un uomo di cinquant’anni, prendere per moglie una bambina, mentre oggi non lo è più. Allora, però, a questo punto bisognerebbe sempre contestualizzare le definizioni e, per esempio, non parlare più di “omosessuali” quando ci riferisce a personalità storiche antecedenti la fine del diciannovesimo secolo. In ogni caso, se anche questa “ricontestualizzazione” fosse accettabile, il punto non è tanto che un personaggio storico di millequattrocento anni fa fosse o no pedofilo, ma che ancora oggi esiste lo scandalo delle “spose bambine” nel mondo islamico.
Quando ho fatto timidamente notare tutto ciò a margine di una discussione in rete, qualche buontempone mi ha risposto che anche Maria è stata data a un attempato Giuseppe quando aveva dodici o tredici anni. Ora, il Vangelo non può essere considerato, in senso stretto, un testo storico, mentre il matrimonio di Maometto non è di certo una narrazione del Corano. Ma se anche fosse vero, questo non intacca la veridicità di quanto dichiarato da Santanché. Se io affermo: A è B, non serve rispondere che anche C è B, perché questo non nega la prima affermazione. La veridicità di un enunciato dev’essere dimostrabile di per sé. E, oltretutto, poiché io non mi ritengo cattolico, ha ben poco senso rivolgere questa obiezione a me. Un’affermazione non diventa neanche meno vero se chi l’ha pronunciata ci è sgradito o antipatico. Probabilmente se domani Santanché si mettesse a urlare: “In ogni triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti”, qualcuno avrebbe comunque da eccepire e cercherebbe di convincerci che no, non è vero, perché l’ha detto lei.
A leggere quanto ne hanno scritto i giornali – in particolare La Repubblica, che si distingue per spirito di sottomissione -, la “colpa” di Santanché sarebbe di avere “insultato Maometto” (così recita il titolo del quotidiano) e urtato la sensibilità religiosa dei musulmani. La Repubblica riporta anche, in chiusura di articolo e a mo’ di chiosa definitiva, le parole di Alba Parietti: “In un momento talmente delicato, bisogna evitare estremismi”. Questo mi fa pensare a un paio di cose. Dunque c’è qualcuno che ritiene le verità sgradevoli sul presunto profeta di una religione più offensive di ciò che questa stessa religione provoca o appoggia e vorrebbe che rimanessero taciute in nome di un astratto “rispetto”. Io, invece, ritengo più offensiva una religione che impone il velo (o peggio) già alle ragazzine – e qui ha ragione Santanchè: “Nessuno porta il velo a 13 anni perché ne è convinta” -, così come ritengo più offensivo una religione che ammette la lapidazione degli adulteri, i matrimoni forzati, la poligamia, la discriminazione delle donne (ricordiamo che, nei tribunali islamici, la testimonianza di una donna vale la metà), gli omicidi d’onore e via discorrendo. Le parole “irriverenti” di Santanché sarebbero estremismi al pari di queste realtà liberticide, dunque? Non mi si venga a dire che tutto questo riguarda solo una minima parte degli islamici, perché, se così fosse, il sentire comune islamico vieterebbe tutto ciò nei paesi musulmani, dove non c’è separazione tra chiesa e stato e dove l’islam è la fonte diretta della legislazione. E invece non lo vieta, anzi lo appoggia e lo promuove, e persino in Occidente si fatica a ottenere, da parte islamica, una condanna netta di certe pratiche. Devo sentire ancora un imam che dica chiaro e tondo che la sharia viene dopo i diritti umani, che questi ultimi – e non la prima – hanno validità universale, per tutti gli esseri umani. Invece per loro i diritti umani sono questa barzelletta qui.
In secondo luogo: da quando in qua la “sensibilità religiosa” avrebbe diritto a una tutela superiore alla libertà di parola? Nei paesi occidentali è la libertà di parola che dev’essere preservata sopra a ogni cosa e non certamente la religione – qualunque essa sia – a dover essere difesa da eventuali “insulti”. Libertà di parola significa che si possano dire anche cose sgradevoli e in modo sgradevole sulla religione, significa anche e soprattutto irridere i pregiudizi delle religioni: se la libertà di critica e di parola si fosse fermata davanti al rispetto della sensibilità religiosa, come oggi di fatto qualcuno pretende – e guarda caso solo nei confronti dell’islam, ma non nei confronti delle altre religioni che, evidentemente, si possono tranquillamente criticare e insultare, perché tanto non sono davvero pericolose e nessuno rischia di rimanerci secco -, l’illuminismo sarebbe stato abortito ancora prima di nascere. Si scelga dunque da che parte stare e che cosa difendere: o la libertà di parola o, da buoni dhimmi, la cosiddetta “sensibilità islamica” – anche quando questa si ritorcerà contro quei benintenzionati che credono che verranno risparmiati. (Cadavrexquis)
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E direbbero i cristiani se uno descrivesse i gesù di allora con le parole categorie di oggi ovvero che era un ” sobillatore settorio, sposato a un meretrice, che aveva per discepoli capi famiglia che avevano abbandonato le famiglie per seguire uno squilibrato che si sentiva figlio di dio e così fanatica da arrivare al punto da farsi mettere in croce e da spingere i propri discepoli al martirio”.
Non mi sembra che se guardiamo Gesù con gli occhi critici né esca fuori un quadro tanto edificante agli occhi di oggi, con una semplice differenza Gesù era così sarebbe questo oggi, ma lo era anche allora, lo era per i suoi connazionali, ovvero quel che sarebbe o era non dipende dall’interpretazione culturale; Maometto invece sarebbe un pedofilo, ma non lo era per la cultura di allora, e poco o nulla si può dire circa la sua poligamia che non mi pare di certo un reato sostenibile oggettivamente.