I medici parlano di “rapporti a rischio”. Ma il ministero aveva modificato il concetto nel 2001.
Da tre settimane Leonardo è inserito in un elenco. In compagnia di persone dal destino comune: non potere più donare il sangue. Il fatto è che Leonardo, lucano ventiduenne laureatosi in Filosofia a Milano e “ivi residente”, è omosessuale. E al Policlinico di Milano gli hanno detto di no. E dire che Leonardo (nome di fantasia) aveva preso la decisione di essere utile alla società, con entusiasmo, un mese fa circa.
Un mattino, mentre fa la spesa alla Coop di via Lodi a Milano, viene fermato da alcuni volontari che promuovono la donazione di sangue. Lui lascia numero di telefono e nome. Lo ricontattano dopo qualche giorno e gli fissano un appuntamento. Un sabato. Leonardo quel sabato varca l’ingresso del Centro trasfusionale e di immunoematologia. Poi si sottopone alla prima parte della trafila di chi ancora non ha mai donato. Gli fanno l’analisi dell’emoglobina. In mano gli mettono un foglio informativo su tutte le limitazioni alla donazione. «Si parlava – ricorda oggi – di interventi chirurgici, di diabete eccetera. Assolutamente non di omosessualità».
Poi, una dottoressa comincia una serie di domande. «Un quarto d’ora di interrogativi – racconta al telefono -che entravano sempre più nel personale. Quando mi ha chiesto di una eventuale partner, io ho risposto: caso mai, un partner. Ah, lei è omosessuale, mi ha domandato.
Io ho confermato. Lei ha sogghignato. E mi ha spiegato che era una discriminante». Il rischio sarebbe
soprattutto il virus dell’Hiv, responsabile dell’Aids.
Leonardo cerca di dimostrare il contrario. Di ricordare che il suo sangue deve ancora essere analizzato. E’ una regola interna al Policlinico, ribatte la dottoressa, nella ricostruzione di Leonardo.
«Io mi arrabbio -continua- e dico che è una grande discriminazione. Chiedo come funzioni nel resto
d’Europa. L’unica cosa che ottengo è la fotocopia di uno studio americano che dimostrerebbe
la tesi dell’ospedale. La mia domanda finale è: io avrei potuto mentire e non dire di essere omosessuale.
La dottoressa non ha saputo cosa dirmi».
Maurizio Marconi, direttore del Centro trasfusionale, non accetta le accusa di comportamento discriminatorio da parte dell’ospedale: «Essere omosessuale – dichiara al telefono – non è motivo
di esclusione. Ciò che rappresenta un ostacolo insormontabile è che aveva avuto rapporti omosessuali
fra maschi. Quelli fra donne non rappresentano un problema».
E le analisi? Non danno certezze sull’assenza omeno di virus nel sangue? «Le analisi -risponde Marconi- anche le più sofisticate, non danno la sicurezza al cento per cento».
Mase le analisi non danno la certezza, e ci si basa solo sulle dichiarazioni del donatore che possono essere false, come si fa a stare tranquilli?
«Noi possiamo solo fare le analisi e fare domande al donatore -dice il medico- non iniettare il siero della
verità. La legge italiana lascia la decisione di cosa sia un comportamento a rischio al medico. E uno studio pubblicato sul Jama (il giornale dei medici Usa) nell’estate scorsa parla dei rapporti fra maschi un fattore di rischio». La questione è stata molto dibattuta negli anni scorsi (e di vicende come quella di Leonardo se ne sono verificate altre al Policlinicodi Milano).
L’allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, negli anni Novanta, in pieno tifone Aids, decise che
fossero distinte alcune “categorie a rischio”: tossicodipedenti, omosessuali e poche altre. Nel 2001 il ministro Umberto Veronesi cambiò il punto di vista: a rischio erano casomai comportamenti, e non categorie. Adesempio, un alto numero di partner alzava la probabilità di contrarre l’Hiv. A prescindere se
si trattasse di rapporti omosessuali o eterosessuali.
La norma non venne modificata da altri due ministri- peraltro del centrodestra, quindi di estrazione politica non aperta alla questione – come Girolamo Sirchia e Francesco Storace. Quest’ultimo addirittura, il 4 settembre del 2005, annunciò l’apertura di un’inchiesta amministrativa al Policlinico di Milano: era accaduto che un omosessuale avesse ricevuto le stesse risposte ottenute da Leonardo.
Quanto dura il divieto a donare il sangue? «E’permanente», risponde Marconi.
Oggi Leonardo, mentre continua gli studi specializzandosi, decide se vuole fare il videoreporter o l’urbanista. Di sicuro – se la norma non cambia e resta la proscrizione – non farà mai il donatore. (Rocco Pezzano – r.pezzano@luedi.it)
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Dunque se le analisi del sangue non escludono la presenza di HIV, che cosa ci iniettano durante le trasfusioni? Oltre a essere grave questa affermazione è del tutto illogico e mentecatto l’impianto messo in piedi dall’ospedale per cui se uno va a puttane e non dice niente può donare il sangue e se uno ha avuto rapporti (poi di quale tipo orale, anale?) con un uomo non può donare il sangue. A una dottoressa che mi risponde dandomi una ricerca americana risponderei dandole una sonora sberla in faccia