Milano. La rivoluzione sulla tela dei nuovi impressionisti.

A piccoli colpi di colore puro entrarono nella storia della pittura. Una mostra a Palazzo Reale li racconta in ottanta opere. Poche, ma belle.
(Michele Tavola – La Repubblica, edizione di Milano) Una miriade di puntini colorati, disposti sulla tela uno accanto all’altro con infinita pazienza, dà forma alle gambe, alle gonne fruscianti e ai vitini di vespa delle ballerine di can can che si esibiscono nello Chahut, uno dei capolavori di Georges Seurat (1859-1891). I suoi quadri, in cui il colore viene utilizzato puro, senza essere prima mescolato sulla tavolozza, erano concepiti per essere osservati da lontano, in maniera tale che la retina dello spettatore potesse ricomporre autonomamente gli accostamenti cromatici. Ma oggi, nelle sale di Palazzo Reale dove sono esposte alcune sue opere, tra cui due piccoli ma splendidi studi per lo Chahut, verrebbe voglia di disobbedire e avvicinarsi il più possibile, fino a fare scattare gli allarmi, per seguire punto per punto, segno per segno, il lavoro lento e meticoloso dell’artista.

Insieme a Paul Signac (1863-1935), Seurat fu il caposcuola del neimpressionismo, termine coniato nel 1886 dal critico Félix Fénéon, con il quale di fatto si fa riferimento alla produzione dei divisionisti francesi e belgi. Suggestionati dalle ricerche scientifiche sul colore condotte verso la metà dell’Ottocento da Michel-Eugène Chevreul e da Odgen Rood, questi artisti cercarono di applicare alla loro pittura regole rigorose e matematiche, per ottenere effetti di luce nuovi e brillanti.

Inaugura oggi pomeriggio alle 18.30 l’esposizione Seurat, Signac e il neoimpressionismo, curata dalla studiosa francese Marina Ferretti Bocquillon (catalogo Skira). Sui manifesti e sugli striscioni campeggiano a caratteri cubitali i nomi dei due grandi maestri anche se, in realtà, delle circa ottanta opere presentate solo dodici sono di Seurat e poche di più quelle di Signac. Molto spazio è dedicato agli altri esponenti del movimento, spesso poco conosciuti e tutti da scoprire. Pur non essendo il grande evento che ci si potrebbe aspettare in Palazzo Reale, la mostra merita una visita sia per la qualità dei dipinti sia per l’opportunità di vedere quadri mai esposti prima in Italia.

Tra le tele più curiose figura indubbiamente il singolare “ritratto” della Tour Eiffel, eseguito da Seurat nel 1889. Moltissimi artisti hanno dipinto il simbolo di Parigi, ma il padre fondatore del divisionismo è uno dei pochi a rappresentare la torre incompiuta, quando i lavori erano ancora in corso. Di Signac va ricordato L’arcobaleno a Venezia (1905), uno dei soggetti più banali e stucchevoli che si possa immaginare, che il pittore riesce reinventare con originalità proprio grazie alla tecnica del colore diviso. Indubbiamente meno noti, ma di fondamentale importanza per comprendere la portata storica del neoimpressionismo, sono i lavori di Henri Hedmond Cross, i cui dipinti hanno spesso un forte gusto simbolista (come si può vedere nel Notturno con cipressi), e del belga Théo van Rysselberghe, ben rappresentato dalle notevoli tele raffiguranti Vele sulla Schelda e Il porto di Cette.

In mostra anche opere di Lucien Pisarro, che era stato uno dei principali esponenti dell’impressionismo e che, negli anni Ottanta dell’Ottocento, folgorato dalle sperimentazioni di Signac aderì con entusiasmo al divisionismo. Da non perdere il trittico di vedute notturne di Maximilien Luce, due delle quali sono dedicate a Parigi, la sua città natale, mentre una rappresenta lo skyline londinese



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